Bosnia

Una riflessione necessaria

Ci sono notizie che lacerano, che obbligano a fermarsi e a interrogare il senso stesso dell’umanità. L’inchiesta aperta dalla Procura di Milano su cittadini italiani che, negli anni dell’assedio di Sarajevo, avrebbero preso parte per “diletto” agli spari sui civili bosniaci, appartiene a questo orrore.

A distanza di settimane dalle prime rivelazioni, mentre l’attenzione mediatica sembra già spegnersi, continuano a emergere nuovi particolari, ancora più inquietanti, sulla possibile partecipazione di un numero maggiore di individui a questi “safari umani”. Una realtà che si fatica perfino a nominare.

Tra il 1992 e il 1996 Sarajevo fu una città martire: 10.000 morti, di cui 1.600 bambini. L’Europa ricordò troppo tardi quell’inferno. E oggi scopriamo che, a quell’abisso, si sarebbero aggiunti uomini partiti dall’Italia, benestanti, appassionati di armi, pronti a pagare per trasformare la sofferenza altrui in un perverso “gioco”. Radunati a Trieste, portati sulle colline attorno alla capitale bosniaca, avrebbero atteso che una donna, un anziano, un bambino uscissero a cercare cibo, per poi sparare. Come in un safari umano.

Sono fatti su cui la magistratura dovrà fare piena luce. Ma ciò che emerge basta per interrogare la nostra coscienza civile. Come può un essere umano superare il confine della disumanità? E come si torna poi alla vita quotidiana, a un abbraccio, a un sorriso, dopo aver tolto la vita a chi non aveva difese?

Questa vicenda chiama in causa tutti. E riguarda anche noi, anche una comunità come la nostra, anche se non nasce qui. Chiama la memoria, perché l’Europa ha il dovere di ricordare Sarajevo e insegnarne la storia alle nuove generazioni. Chiama la responsabilità, perché il silenzio contribuisce sempre alla rimozione del male. Chiama la cittadinanza, anche a livello locale, a non volgere lo sguardo altrove.

Come lista civica, come cittadini, esprimiamo indignazione e sgomento. Non c’è spazio qui per alcuna distanza emotiva: davanti a simili abissi l’unico dovere è sentire, riconoscere, e dire con chiarezza da che parte sta l’umanità. C’è invece la necessità di affermare con forza cosa significhi essere comunità: ricordare, educare, vigilare; difendere la dignità umana come valore assoluto; costruire ogni giorno la parte migliore di noi.

La domanda che molti si pongono: “Come si fa a credere ancora nel genere umano?” è legittima. Ma la risposta dipende proprio da noi: dal rifiuto netto della disumanizzazione, dalla capacità di riconoscere e denunciare il male, dalla volontà di ribadire che la violenza non è ineluttabile, ma una scelta. E che scegliere la giustizia, la memoria e il rispetto della vita è l’unico modo per impedire che simili abissi tornino a inghiottirci.

Erano oltre 100 gli italiani che pagavano per uccidere civili a Sarajevo: “Fra loro avvocati, medici e magistrati” (fanpage.it – 25 nov 2025)