Lissone - Municipio

La memoria a senso unico

C’è una costante, a Lissone, che ormai non stupisce più nessuno: la maggioranza di destra–destra, quando proprio non sa come occuparsi dei problemi veri, ne inventa uno finto. E possibilmente divisivo.

È accaduto di nuovo: la mozione per intitolare una via, una piazza o uno spazio pubblico a Sergio Ramelli. Un ragazzo di 17 anni, vittima di un agguato feroce e ingiustificabile — come lo furono tutte le vittime degli anni bui del terrorismo diffuso. Ma un ragazzo che, storicamente, non rappresenta né un simbolo della comunità milanese né tantomeno della nostra città. Un giovane simpatizzante di Ordine Nuovo, organizzazione dichiaratamente, neofascista, da cui negli anni successivi fuoriuscirono elementi poi coinvolti nell’eversione armata di destra. (A scanso di equivoci: sì, possiamo rammaricarci della sua morte e lo facciamo. Ma la pietà non si trasforma automaticamente in un’intitolazione).

La mozione è stata letta in Consiglio comunale dalla consigliera Felicia Lella Scaffidi, che si è limitata a fungere da lettore audio del partito: nessuna motivazione personale, nessuna visione, nessun commento. Una sorta di Alexa di FdI, in versione “Alta Voce della Direzione Regionale”. Il silenzio dai banchi della maggioranza è stato rotto solo dall’improvvisa folata di ambizione del presidente del Consiglio, Roberto Perego che, nell’ansia di mostrarsi uomo del dialogo – forse in vista di suoi taciuti futuri sbocchi istituzionali – ha provato a sollecitare loro una animata discussione.

Qualche voce dalla maggioranza si è pur levata, ma solo per produrre interventi privi di risposta politica e soprattutto senza commentare la proposta alternativa della minoranza di dedicare lo spazio a tutte le vittime degli anni di piombo, non a una sola. La minoranza, compatta, ha infatti invitato la maggioranza a non compiere l’ennesima provocazione identitaria. Ha proposto l’alternativa inoppugnabile di dedicare non una via a un nome, ma uno spazio a tutte le centinaia di vittime degli anni di piombo. A tutte, senza distinzioni, senza colori.

Perché Ramelli non è un simbolo della collettività.
Perché non ha avuto un ruolo nella nostra storia civile, sociale o culturale.
Perché la sua breve vita – tragica, sfortunata, spezzata – non ha lasciato un’eredità civica.
Perché non si può trasformare un simpatizzante di un movimento neofascista in un simbolo condiviso, se non con un atto deliberato di provocazione politica.

E allora la domanda è inevitabile: che bisogno ha una maggioranza che possiede già il potere – numerico, amministrativo, comunicativo – di continuare a provocare, dividere, lacerare? C’è una risposta psicologica? Forse è il paradosso del potere insicuro: lo si possiede, ma non lo si sente. Allora si urla, si spacca, si impone.

Chi meriterebbe davvero una via, una piazza, un luogo pubblico?
Basterebbe aprire un libro di storia della Resistenza, per capirlo. Basterebbe ad esempio leggere la vita di Virginia Tonelli, partigiana, torturata barbaramente e assassinata a 34 anni, senza rivelare nulla ai nazifascisti. Persone che hanno dato la vita per liberare questo Paese.

In conclusione,
hanno perso un’altra occasione di fare un gesto di unità. Hanno perso un’altra occasione di dimostrare maturità. Hanno perso un’altra occasione, soprattutto, di parlare alla città e non solo alla loro tifoseria ideologica. Così Lissone dovrà sopportare l’ennesima forzatura, l’ennesimo segnale divisivo, l’ennesima dimostrazione che questa destra non governa: marca il territorio come i cani nei giardinetti.

E intanto i cittadini, tra nausea e disaffezione, continuano a chiedersi: quale sarà la prossima provocazione da votare in blocco, senza fiatare? Noi comunque la voce continueremo ad alzarla finché servirà. E purtroppo – con questa maggioranza – servirà ancora a lungo.