Europa-America

America FIRST, Europa in saldo

C’erano una volta l’Europa e l’America. Alleate, dicevano. Un po’ come quei matrimoni dove uno cucina, lava, stira, e l’altro si presenta a tavola con i piedi sul tavolo e ordina pure il dessert. Trump, tornato con il garbo diplomatico di un caterpillar in tangenziale, alza il telefono (o forse solo le sopracciglia) e l’Europa firma. Ursula von der Leyen lo definisce «l’accordo più importante di sempre».

Davvero? Forse dimentica il piano Marshall, che almeno ci portava cioccolato e jazz. Oggi ci portano dazi al 15%, acciaio e alluminio al 50%, gas USA a caro prezzo e una bolletta da 600 miliardi in armi e investimenti forzati negli USA sul tavolo.

Meloni? Trionfava in copertina su Time come “pontiera” tra Washington e Bruxelles. Il ponte è crollato e sotto ci siamo finiti noi, con nostre imprese, come la Brugola O.E.B., leader globale di “viti critiche” per motori, con un fatturato di quasi 190 milioni di euro nel 2023. Stimiamo che circa un quarto della produzione vada sul mercato USA: con dazi al 15%, un colpo diretto al cuore produttivo.

Ma non è l’unica. Nel distretto industriale di Lissone operano altre aziende del mobile e delle ferramenta esportatrici attive negli Stati Uniti: ad esempio la OALissone, con circa 46 milioni di euro di fatturato e relazioni commerciali attive anche in Nord America, o anche Elettronica Industriale, un’altra realtà significativa della città con un fatturato superiore a 180 milioni di euro, e presumibili rapporti commerciali internazionali (import‑export) compresi i mercati USA

Decine di altre piccole-medie imprese locali sono esposte direttamente al protezionismo americano: un’eventuale perdita del 10–15% del fatturato USA si traduce subito in costi, incertezza occupazionale, e rischio concreto per il tessuto produttivo.

Ma non è solo un problema di protagonisti. È il film intero ad essere sbagliato. L’Europa accetta supina la propria marginalità strategica con una docilità da manuale: invece di lavorare a una politica energetica realmente autonoma e diversificata, l’Europa apre il portafogli e chiude gli occhi.
Eppure esistevano alternative: tutelare le imprese, rinvigorire la domanda interna, investire davvero in politiche industriali.

Invece ci troviamo a pagare il biglietto per uno spettacolo che non abbiamo scelto.